La banda individuale di Sergio Atzeni

altro non   soche   inanellare parole

una poi   l’altra

in fila

canticchiando  

  in blues

 Ho incontrato Sergio Atzeni poeta, come del resto per molti degli autori di cui mi sono occupato, per puro caso. Era stato Giorgio Ficara che, sapendo del mio interesse per le scritture sperimentali mi aveva raccomandato il suo romanzo Passavamo sulla terra leggeri, da lui recensito sulle pagine de La stampa di Torino: da lì al suo unico volume di poesia, Due colori esistono al mondo, il verde è il secondo, pubblicato postumo, il passo è stato brevissimo, anche perché facilmente reperibile in libreria nell’edizione critica di tutte le poesie di Atzeni, Versus, pubblicata nel 2008 dalla casa editrice sarda “Il maestrale” per la curatela di Giancarlo Porcu.

Prima di verificare sui testi le ragioni per cui Atzeni rientri perfettamente nelle coordinate di questa conferenza dedicata alla Poetic of Politics, mi sembra doveroso soffermarmi brevemente su dati anagrafici e bibliografici che normalmente preferisco evitare, non solo per la sua “invisibilità” (non so in quanti di voi ne abbiano sentito parlare prima d’ora visto che l’interesse critico nei suoi riguardi non è andato molto aldilà della nicchia che fedelmente lo aveva seguito quando ancora in vita) ma anche perché in questo caso i “dove” e i “quando” sembrano offrirsi perfettamente ad illuminare il suo operare in letteratura.

Atzeni nasce a Capoterra in provincia di Cagliari nel 1952 e trascorre buona parte della sua giovinezza tra Cagliari e Orgosolo. A Cagliari svolge gli studi liceali e si iscrive all’università che comunque abbandonerà prima di laurearsi. Come ricorda anche Giuseppe Marci, l’esperienza orgolese segnerà profondamente Atzeni:

 il paese barbaricino era, non solo per lui, il simbolo della resistenza contro una situazione storico sociale iniqua che poteva generare forme di ribellione banditesca non prive, in quegli anni, di una certa aura nobile e generosa. A quel mondo Atzeni guarderà, non senza rimpianto e nostalgia, negli anni del successivo inserimento nella realtà cagliaritana percepita come chiusa e respingente verso i più deboli, fiacca e subalterna verso chi, di volta in volta, è detentore di forza, sia dominatore venuto di lontano o potere politico estraneo all’interesse dei sardi. [1]

 Non si dimentichi che verso la fine degli anni sessanta sarà proprio la Barbagia, piuttosto che Cagliari e Sassari sedi universitarie sarde, l’epicentro del sessantotto isolano: si ricordino almeno, la mobilitazione nota come “i quattro giorni della Repubblica di Orgosolo”, che portò la destituzione della giunta comunale e all’insediamento al suo posto di un’Assemblea Popolare, la vasta mobilitazione delle comunità barbaricine, ogliastrine e della Baronia contro il progetto di istituzione di un parco nazionale nell’area del Gennargentu e la sollevazione dell’intera popolazione di Orgosolo contro il progetto di creazione di un poligono militare di tiro nel comune di Pratobello. Ma anche la Sardegna dalla forte tradizione di agitazioni operaie e contadine sulla condizione agraria, pastorale e mineraria, con il suo partito comunista e le lotte, a cominciare dagli anni ’50, dal Sulcis [2] al sassarese, dalle lotte operaie alla Petrolchimica di Porto Torres a cominciare dal 1962 a quelle delle miniere del Serrabus.

Atzeni è politicamente attivo negli anni della protesta studentesca e il suo primo lavoro è senza ombra di dubbio figlio di quegli anni: Quel maggio 1906. Ballata per una rivolta cagliaritana, testo per il teatro, viene scritto e messo in scena con successo nel 1976 per apparire poi in volume nel 1977 .[3] Prendendo spunto da un fatto realmente avvenuto, il caro-prezzi e condizioni di vita precarie della maggior parte  dei lavoratori aveva portato alla rivolta di Cagliari e quindi di buona parte dell’isola, rivolta repressa nel sangue con migliaia di militari impegnati, Atzeni per i suoi anni “crea un eroe esemplare, il popolo cagliaritano, che si comporta esattamente come uno spirito politicamente progressista si attende da lui”[4]. Sebbene si tratti di un testo se vogliamo ingenuo e propagandistico, alcuni dei tratti che ritroveremo nell’Atzeni maturo, sia in narrativa che in poesia, sono già qui evidenti. Vediamone un breve esempio, nella descrizione di uno dei caduti:

 Giovanni Casula, sedici anni, manovale.

Giovane come agnello da latte,

come agnello da latte innocente,

solo ieri diceva

Quando piscio dalla porta di casa

arriva giù fino alla barca

di quel mandrone di Attilio.

E uno ridendo ha risposto

Vedrai più tardi a cosa ti serve

la lunghezza del pisciatore.

Era forte come un cavallo

caricava sul collo pesi da uomo fatto

senza lamenti.

Non potrà più battersi

né guadagnare il soldo

né sapere a che serve

davvero la lunghezza del pisciatore,

né essere sepolto con onore in terra santa

seguito da un corteo di nipoti affamati.

(vv. 201-219)

 Da un punto di vista stilistico si potranno mettere in evidenza la tendenza alla spezzatura della frase e l’inserimento di parole prese di peso dal sardo (mandrone) mentre da quello contenutistico Cagliari e la sua popolazione (e per esteso la Sardegna tutta), tema principe di tutta la sua produzione narrativa. Da rilevarsi, anche se in questa sede non mi è concesso fornirne esempio dato il tempo limitato, che pure da un punto di vista compositivo esistono corrispondenze visto che il procedere per quadri successivi, imposti qui da esigenze sceniche, ritornerà pedissequamente anche in prosa e in versi.

Mi sembra giusto anche sottolineare che liberata dalle direttive scenografiche e in parte ripulita, la ballata verrà ripresa da Atzeni e inserita nella sua raccolta di versi pubblicata postuma con il titolo di Filastrocca di quando buttavano a mare i tram. Alcuni spunti possono trarsi dal cambiamento di titolo: dalla seriosità del primo – a partire dalla scelta di una forma della tradizione aulica (la ballata, appunto) e fino a quel “per” che sposta l’asse temporale da quel lontano 1906 ad un presente al quale la ballata serva da esempio, sprone – si passa alla filastrocca che la ricaccia in un passato ancora quasi più lontano del 1906 del titolo originale, in uno spazio semi-fantastico lontanissimo dal presente della realtà.

Il tutto rientra del resto, nella realtà della situazione: appena sfumati i sogni della rivolta sessantottina e dei suoi strascichi riconoscibili per tutti gli anni settanta, Atzeni si rivolge alla scrittura come strumento essenziale per continuare la sua azione “politica” per dare alla Sardegna, ai sardi e al sardo una dignità letteraria sempre sfuggente. Nei romanzi e nei racconti di Atzeni la lingua italiana si arricchisce grazie al suo incontro/scontro tra sardo e italiano ma anche per le numerosissime calate nello spagnolo a memoria di una dominazione che pur nel suo essere stata subita e, quindi, dolorosa, doveva anche essere stata culturalmente feconda. Le ragioni per il pout-pourri linguistico atzeniano ce le offre lo stesso autore:

 Credo che la lingua sarda sia bellissima. […] Per quanto riguarda la varietà che amo di più e che so parlare, il cagliaritano, mi dispiace che si perda perché è idioma straordinariamente ricco, adatto all’insulto, all’invettiva, al racconto buffo, ed è anche la fonte di quell’italiano bislacco parlato a Cagliari, mescolando parole, costrutti linguistici. Questa è una ricchezza, ogni volta che più lingue producono mescolanza e contaminazione c’è arricchimento […]. Immetto nell’italiano delle quantità di sardo, seppure molto limitate. Se avessi la capacità di immetterne di più mantenendo merito artistico e comprensibilità lo farei, perché credo che uno dei compiti dello scrittore sia arricchire la lingua. L’unico modo in cui posso arricchire la lingua italiana dal punto di vista dei vocaboli è recuperandoli dall’esperienza sarda. A volte creo istintivamente neologismi, ma è un fatto raro, il neologismo se non si presenta naturalmente non lo puoi andare a cercare. Altre volte, quando cerco una parola che abbia un suono diverso, che porti anche una specificazione più precisa, uso il sardo.

 Nelle poesie, se si escludono le Žerežas e i Muttettus raccolte in Versus sotto il titolo Žerežas i storieddas i kantus de amorau, poesie da cantare sul modello del muttettu calaritano e interamente nell’idioma di Cagliari, la contaminazione linguistica sembra più limitata ma allo stesso tempo più libera nell’abbandonarsi al suono e non più frenata da problemi di comprensibilità. Si veda la poesia XXVII di Mi basta saper suonare a malapena una tarantella, una delle tre sezioni in cui era stato suddivisa la raccolta poetica atzeniana:

 Il pub di Gesuino Morenu,

un sottano del porto,

qui in città,

Illinois pub.

Ho chiesto una volta a Gesuino Morenu

perché avesse chiamato Illinois il posto,

e perché pub e non cantina o birreria.

 – Una cosa mi sono sempre chiesto – ha risposto

– perché rompi i coglioni alla gente con domande

che non hanno senso, questo è il tempo dell’inglese

cantina non mi piace, sa di scuro, l’Illinois mi piace il nome

e mi piacciono i cavalli, l’Illinois è il paese dei cavalli, horseland.

Ecco. L’anno venturo mi chiamo Horseland Pub.

Come dovrei chiamarmi secondo te?

 Sa domus de is maccus.

 Da quel giorno non mi parla.

 In poche pennellate c’è tutto Atzeni: al centro della tela troviamo la Cagliari dei ceti più bassi al fianco della lingua e dei problemi ad essa legati, nonostante l’argomento sia di quelli più leggeri, quasi da barzelletta, da storiella da raccontare agli amici. L’anglomania del povero Gesuino, già di per sé spostata nel reame della beata ignoranza del saccentello (da quando in qua l’Illinois è il paese dei cavalli?), viene ridicolizzata dalla pronta risposta in calaritano Sa domus de is maccus (La casa del pazzo) che lo zittisce per sempre. Si noti come, in fondo, il sardo non interferisca minimamente nella comprensione ultima del testo, ma che anzi vi si inserisca in maniera del tutto armoniosa, essendone il significato in parte svelato dalla reazione finale di Gesuino Morenu: dobbiamo, infatti, capire il senso di quella frase per intuire che si tratterà di un insulto o di una presa in giro? Chiaramente no.

Che l’attenzione di Atzeni sia violentemente sbilanciata verso la lingua ce lo dimostra anche un altro testo dalla medesima sezione che può essere visto come una sorta di poetica tutta giocata a carte scoperte

 Otis è pianista e cantante, come tutti sanno,

nonché per campare piazzista di pannolini per anziani,

orologi rumeni e teiere.

 Triste è la vita del poeta.

 Che Otis sia poeta non c’è dubbio,

ecco i motivi:

 Se lo incontravi e dicevi: — Buongiorno

rispondeva: — Mare e monti

o

— Città e sottoscala,

a seconda se quel giorno gli eri simpatico oppure no.

 Ha scritto e eseguito una canzone chiamata Benzoino.

Il testo dice: — Ardo come uno stoppino bambolona mia sono tutto benzoino.

 È fiero soprattutto dell’uso equivoco del termine benzoino.

Ha inventato la parola — varzia —,

oggi molto usata

ma prima di Otis sconosciuta.

Il senso ormai famoso è: — Intrigo complicato,

casino, misturo, paranoie,

giri viziosi, trucchi da avvocato, trasse,

veleni dagli amici, pugnali alle spalle, fisco e tasse.

Se la varzia è oscura si salvi chi può.

 Che si può chiedere al poeta oltre

riunire i mali antichi dell’uomo

e l’impotenza di questo nostro tempo

in una sola (e splendida) parola?

 Oltre l’onestà di dire fino dai saluti

cosa pensa di te?

 Oltre l’uso matto del dizionario?

 Che si può chiedere al poeta?

 Rose e cannella?

 Mitra e coltelli?

 Canti di libertà?

 Di pena?

 Sia lode a Otis e alla sua vena.

 Nei primi quattro versi si riconosce facilmente il poeta che, per campare, sarà costretto per dieci anni a lavorare presso l’ENEL come digitatore di calcolatrici elettroniche, come ricorda la nota di copertina del suo primo romanzo L’apologo del giudice bandito; lavoro dal quale cercò di fuggire per inseguire il sogno giornalistico partecipando ad un concorso per un posto alla RAI che non vinse e che lo lasciò profondamente ferito nella convinzione di avere subito un’ingiustizia: si ricordi, a questo proposito, anche lo scambio di battute tra Ruggero Gunale, il protagonista del romanzo Il quinto passo è l’addio che sta andando a Roma per un concorso giornalistico e un vecchio pastore incontrato sulla nave:

 - Hai gli amici giusti?

- Non ho amici.

- Non vincerai. [5]

 Dopodiché è un inno alla sperimentazione linguistica, dalle incursioni nel nonsense dei saluti alla creazione di neologismi (varzia e benzoino), attraverso il calaritano “trasse” (“ruffianate, imbrogli”) che, ancora una volta si incastona perfettamente nella lista di significati in lingua italiana per “varzia” senza sottrarre nulla alla comprensione, ma offrendosi perfetto per la rima con “tasse”, tutto all’insegna di quell’“uso matto del dizionario” unica cosa, oltre all’onestà, da chiedersi al poeta. E se l’unico nume riconosciuto da Atzeni è quello di Gadda, o meglio, del trattamento della lingua da parte di Gadda [6], il solo, secondo Atzeni, ad essere stato capace di “scrivere un capolavoro in un dialetto non suo”, in questo testo si sentono vibrare altre corde, che siano quelle di Palazzeschi o dell’ Antonio Delfini delle Poesie della fine del mondo, non importa.

Concludo qui, con un ultimo testo in cui Atzeni finisce per dichiarare apertamente di essere in guerra contro o per qualcosa, ma di esserlo da solo, non parte di un gruppo o di una scuola, senza bisogno e soprattutto senza voglia di far parte di una delle tante “bande”, che vanno avanti spesso, dandosi pacche sulle spalle a vicenda e senza avere molto di nuovo da dire: e lo fa a modo suo, creando, io credo, uno dei più begli ossimori di questi ultimi anni, quello appunto della “banda individuale”:

La vita è una guerra per bande,

non è una novità

e non c’è niente di male.

Diventa una condanna

se vietano di fare

per amore dei capi e degli osanna

la guerra solitaria,

la banda individuale.

 

 

  1. [1] G. Marci, Sergio Atzeni: A Lonely Man, CUEC, Cagliari, 1999, p. 18.
  2. [2]  Per difendere l’occupazione nei bacini minerari e puntare in seguito a una riconversione industriale.
  3. [3] S. Atzeni, Quel Maggio 1906. Ballata per una rivolta cagliaritana, Edes, Cagliari, 1977.
  4. [4] G. Marci, cit., p. 23.
  5. [5] S. Atzeni, Il quinto passo è l’addio, Mondadori, Milano, 1995, 108.
  6. [6] Si ricordi la favola gaddiana sulla lingua: “Il sedano, buttato in pentola, v’incontrò la culatta del bue. Ne venne un brodo: ch’ebbe succhi e pepsine dalla culatta del bue, e il gusto e il profumo dal sedano. Questa favoletta ne ammonisce, o uomini battiferro, a non dileggiare gli scrittori.” C. E. Gadda, Il primo libro delle favole, Milano, Mondadori, 1990, p. 16.
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